La crisi che incontro nel mio studio di psicologo a Torino

Lavoro come psicoanalista in città a Torino, sento ogni giorno persone approfondire specifiche particolarità e lottare con la costituzione del proprio pensiero. Rilevo ogni giorno sintomi sempre più inquietanti.
Mi preme segnalare alcune cause della crisi sociale che investe l’Italia e l’Europa.
Per entrare nel ragionamento, per capirne qualcosa, non si può pensare di continuare a parlare in termini collettivi e generici, che significa tutti e nessuno occorre farla finita con la chiacchiera da bar, o da supermercato!
Ciascuna persona è imputata e può fornire il proprio contributo impegnandosi con responsabilità nelle proprie competenze. Per determinare una svolta nella crisi è necessario partire non dal dato sociale, ma da ciascun individuo che nella sua misura è implicato nella relazione con altri individui. Ciascuno non può dunque che rendersi maggiormente responsabile.
Le generalizzazioni stereotipate non servono a nulla se non a mantenere una condizione deficitaria da ogni punto di vista: le televisioni ed i giornali del sistema sono tra i maggiori responsabili di questo stagno sociale putrefatto.
Occorre capire che crisi è depressione, è caduta dell’iniziativa da parte dei singoli soggetti che demotivati non trovano più interesse per le proprie iniziative, e l’unica via  percorribile è la protesta di massa oppure è lo sfogo ripetitivo e sciatto nel dire che le cose vanno male giocando al lotto e sperando nella fortuna.
La depressione economica non si distingue dalla depressione psichica: è la depressione del pensiero: non ci sono più idee perché l’uomo non pensa con la propria testa, ma ripete slogan insulsi, frasi fatte. Non ci saranno iniziative finché ciascuno non ritroverà il piacere di instaurare serenamente il rapporto nella lealtà della sua storia.
Occorre ritrovare, e ciascuno in primo luogo lo deve fare per sé per onorarsi, interesse alla vita a partire dai modi di avvicinarsi alle azioni da intraprendere e riprendere i fatti di pensiero sul modo di concepire il lavoro che, per ritrovare la soddisfazione del fare le cose, non può più essere considerato diviso tra divertimento e sacrificio.
Nella Questione laica, Freud denuncia nel ’27 che: “dobbiamo proporci di ridurre quanto più è possibile il numero di individui che affrontano la vita civile disarmati psichicamente”