Solitamente l’uomo impiega tante, troppe energie per difendersi da un affanno che cresce e che prende via via il nome di angoscia. Tutto ciò è possibile, con estrema semplicità, ricondurlo alla paura di perdere l’amore. A tale condizione non ci si può opporre senza farsi carico della propria storia.
Porto un esempio: mia madre mi aveva posto un limite, diceva: “non girare l’angolo, rimani in piazzetta, così ti vedo!”
Mi sono occorsi molti anni, troppi, per riconoscermi prigioniero di una trappola assurda: quella di perdere l’amore presupposto di mia madre: “se non ti vedo mi fai morire di crepacuore!”
Perché per me girare l’angolo per andare a curiosare, come mio padre, nelle montagne di libri, giornali e riviste dalla cartiera era un’attrazione e mi interessava.
Sembra facile capire la questione se posta in questi termini, ossia dopo aver messo in bocca alla “madre apprensiva” la frase, ma non è così facile giungere alla comprensione fruttuosa.

Perché?

Perché sembra che manchi sempre qualcosa! E’ un moto che non conduce mai a meta, che non ha termine. L’espressione migliore la fornisce l’anoressia nel vano tentativo di uscire dall’angoscia.
E’ questa trappola assurda a farsi angoscia se affrontata come stupidaggine, senza rendersi conto che quell’amore da cui proviene non esiste in quanto tale, ma è un assoluto impossibile e non conoscibile perché mai rivelato, se non nel proprio hic et nunc, ma incarnato e celebrato in ogni operare di tutte le credenze, dalle più ingenue, come quella appena descritta, alle più macroscopiche religioni di vita e dopo la vita, fino al dolore esistenziale, al dolore di vivere, al mal-essere elementare e mistico dell’essere nevrotico.

 


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