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Attacchi di panico: sintomi e rimedi - Giancarlo Gramaglia

Gli attacchi di panico possono insorgere durante il passaggio dello scioglimento dei legami libidici della famiglia, del gruppo o della massa.

Gli attacchi di panico insorgono quando la figura del capo famiglia o del clan (politico, militare o religioso) viene meno, e non è ancora subentrata nel soggetto la consapevolezza e di conseguenza la capacità di organizzarsi in un ordinamento soggettivo proprio.

La situazione di passaggio tra un ordinamento verticistico ad uno orizzontale, cioè su di un piano paritario ed egualitario di possibilità di scambio, pone il soggetto nella posizione instabile dell’attacco di panico.

Così come per gli attacchi d’ansia gli attacchi di panico possono essere curati se vengono letti nelle aperture nodali della storia del paziente e rileggerli – insieme allo psicoanalista – sotto una luce diversa, neutralizzandone l’apporto negativo. Anzi, trasformando l’avversità in ricchezza positiva di consapevolezza in favore del rafforzamento della propria persona.

Come si fa?

Si tratta di aiutare il soggetto a riconoscere il proprio tutt’uno che ora è spezzato e frammentato, là dove – quando va bene – non riesce a distinguere se non la divisione tra coscienza ed inconscio, luogo quest’ultimo a lui sconosciuto. E’ come dire un’illustre sconosciuto, oppure parlare di un silenzio assordante.

E’ l’angoscia che dà il senso del panico.

L’idea di una coscienza che ci è “familiare” è quella del disorientamento nell’angoscia, dell’essere venuto meno al pensiero sano del bimbo: è un caso di infedeltà, di tradimento, di disobbedienza a te stesso.  In subordine sarà poi facile passare alla “crisi di panico”.

Freud ci ha insegnato che ciò accade con la coscienza che nel sonno va a dormire e lascia che Io lavori pacificamente di pensiero, mentre nella vita diurna il soggetto è sbarrato, privato della parte migliore di sé.

Dovrebbe invece succedere che nella veglia quella parte lavori come l’ancella del pensiero, avendo cura delle articolate sfaccettature. Che ci metta del proprio, fornendo prudenti indicazioni a questa “coscienza” prima di agire.

Invece la coscienza se viene svegliata  – che per lei significa disturbata – a corto di pensiero sano com’è, sa soltanto passare all’azione immediata, un’azione che altro non è che urlo: in altre parole ritira, disinveste, all’occorrenza uccide, e quando vuole darsi un contegno organizza il terrore e la guerra teorizzando di tutto. Idealizzando. Dall’istinto alla natura, dalle astrazioni più immediate fino alle religioni, passando per il sangue di famiglia: “sangue del mio sangue”.

Il soggetto resta frammentato nelle più diverse sfaccettature dove l’una non riconosce l’altra.

Il capitale del soggetto, quando va bene, viene diviso, dove la parte diurna non conosce la parte notturna, ma succede più spesso che le parti siano in conflitto così vengono a sottrarsi energia e tempo.

Il punto è quello di giungere a cogliere che se le parti sono amiche e alleate il capitale del soggetto diventa più cospicuo e economicamente rilevante: un potenziale che ha tutto da guadagnare perché lavora nella direzione che lo porta a meta nella soddisfazione.

L’attacco di panico non è diverso dall’angoscia: è il segnale di una minaccia che non ha oggetto, che non so dove e con chi prendermela, so solamente che dovrei…ma non posso…e me ne invento di ogni.

In Inibizione, sintomo, angoscia (1925) Freud ci insegna che Io per difendersi dall’angoscia non solo riduce le sue funzioni fino a negarle ed a contraddirle non riuscendo più a riconoscerle e facendosi venire ogni forma di panico.