​La noia è una delle innumerevoli possibilità di riconoscere le caratteristiche umane, una delle possibili letture che si possono fare per conoscere l’uomo: un faro.

La noia è una delle innumerevoli possibilità di riconoscere le caratteristiche umane, una delle possibili letture che si possono fare per conoscere l’uomo: un faro. Osservate un bambino: non si annoia mai, non manifesta noia perché non la prova, non sa che cosa voglia dire essere annoiato.

È attivo nel suo pensiero che passa al fare, all’azione. Realizza tutto ciò che è nella sua sfera del possibile, anzi si assume una serie di rischi pur di realizzare ciò che ha in mente, e non si fissa sulle cose, però insiste nel piacere di portare a termine la meta che ha scelto in quel preciso momento. Il bimbo non ha bisogno di far passare il tempo: il tempo è nell’ordine del suo far avvenire le cose, del suo accadere nel cogliere gli eccitamenti che l’universo gli offre. Ricordo da ragazzino i primi momenti che non desideravo fare ciò che mi era stato imposto: “devi essere: bravo, ubbidiente, volonteroso, studioso, ecc…”. Prima non avevo mai sentito l’esigenza di riempire il tempo, di farlo passare, poi incominciavo a guardare dalla finestra ed a fantasticare. Rammento che a scuola avvenivano situazioni curiose ed interessanti ed altre che non mi dicevano nulla. In seguito ho iniziato a non frequentare più tanto volentieri gli studi: mi piaceva di più fare altro.

Il ragazzo si ammala perché varia il proprio rapporto con il tempo: in un primo periodo il tempo è al servizio del bambino che non sente l’esigenza di riempirlo. Ne subentra un secondo dove il ragazzo “non deve perdere tempo!”. Quindi non è più beneficio di vita di soddisfazione, ma viene usato per non annoiarsi: diventa obbligatorio non perdere tempo perché è stato perso il rapporto reale di beneficio con l’attività del realizzare ciò che soddisfa.Il tempo da beneficio di vita di scoperta è passato all’obbligo del dover fare: diventa noioso e ripetitivo il fare le cose. Procedendo nell’esame della noia possiamo distinguere ancora due posizioni patologiche distinte tra loro e che caratterizzano l’approccio di tutta quanta la malattia psicopatologica, ne costituiscono – potrei dire – il trattato.

Un primo aspetto dove, pur subendo la noia, se ne ha consapevolezza e si tenta di uscirne, si prova ancora ad essere tenaci e dalla nevrotica frase: “non ho il tempo di annoiarmi” si passa a riservarsi il tempo di non annoiarsi, pur trascorrendone molto nella schiavitù del tempo costretto. È il tempo del lavoro imposto e dettato dall’alto di un sistema di regole pre impostate in cui l’individuo non può intervenire, ma solamente subirle consapevolmente in prospettiva di un tempo migliore da venire.

Un secondo aspetto, dove l’individuo è diventato attivo e portatore di noia: predicatore di una o più questioni morali. Può diventare una questione politica come scientifica o anche erotica, ma è sempre uguale a se stessa. Uno – tra i milioni di esempi – può essere colto nello sport, dove la ripetizione sempre uguale di un costante allenamento porterebbe al traguardo del migliore dopo tanti sacrifici.

Siamo anni luce distanti dal bambino dell’iniziativa!

La questione, come tante altre, mette in luce la posizione che l’uomo assume nei confronti della psicopatologia. È una lettura fondamentale che ciascun uomo può fare della propria vita. Si tratta di capire e di decidere quale sia lo statuto dell’uomo stesso. Platone e tutta la filosofia ci parlano di uno stato dell’essere e di forme ontiche o etiche a seconda che prevalga l’una o l’altra tesi di lettura. Noi siamo qui a dire che lo statuto dell’uomo è giuridico. L’uomo è il risultato non definito e inedito che lavora alla produzione di forme di rappresentanza del proprio agire in vista della soddisfazione dei suoi bisogni che liberino il moto del proprio corpo tra altri corpi.

Nel suo lavoro Sigmund Freud ricostruisce le forme di espressione dell’agire umano come moti a meta prodotti nel tempo, che possono essere soddisfacenti o insoddisfacenti. Possono inibire il moto ed essere fonte di angoscia. Freud sostiene che la cultura tende a spiegare questi insuccessi come dimostrazione del “limite” dell’uomo, della sua debolezza, bisognosa di un salvatore, e di qui le religioni.Ma Freud nell’avvenire di una illusione non si ferma lì, ed insiste nel proporre la prospettiva di un “lavoro di civiltà” da compiere, senza del quale “non possiamo dire come l’uomo sia fatto in realtà”. Che possa essere anche la noia ad aiutarci ad aprire una questione così importante e portante per il futuro umano?

Buon lavoro a ciascuno.