Prendo spunto da un colloquio conoscitivo avuto con un paziente con spiccate competenze e progettualità in ambito professionale, che è stato due volte in studio, ponendomi alcune questioni nodali sulle proprie scelte di vita: nello specifico se stare o meno con la fidanzata.

Invitato a raccontare la storia che lo tormenta e che sembra affliggerlo tanto da portarlo a chiedere un parere, insiste per avere risposte sull’interrogativo se l’ama o meno.

Chiarisco che non posso fornirgli delle opinioni sulle scelte della sua vita se almeno non mi riferisce la storia, tutt’al più potrò accompagnarlo affinché possa trovare le proprie risposte, ma è un lavoro da impostare e in primo luogo bisogna capire se ciò è possibile.

Il paziente, impaziente, insiste che non ha tempo e che deve raggiungere i propri obiettivi. Mentre ascolto ripeto che solamente ciascuno può mettere in luce le proprie competenze attraverso un lavoro da fare insieme ad un altro.

Lo psicoanalista ha cura della storia del soggetto e non interviene in un’ottica sistemica comportamentista.

Trascorsi una decina di giorni dalla seconda seduta, su un sito noto per ricercare psicologi, compare una valutazione di questo paziente sul mio operato con il giudizio che fa finta d’ascoltare: le due sedute sono diventate tre, ed evidenzia che ha dovuto ripetere le stesse cose nonostante prendessi appunti. Sostiene inoltre di essere sconvolto dall’onorario pagato, nonostante che la parcella sia pubblica.

La caratteristica di questa patologia non sarebbe individuabile così velocemente se fosse stata valutata solamente dall’interno delle sedute, ma è diventa abbastanza evidente se vista anche da altre angolazioni, come in questo caso della pubblicazione sul sito, perché permette d’individuarne la doppiezza e  l’insincerità, tenendo in conto che per formulare una diagnosi di perversione conclamata servono molti altri riscontri perpetuati nel tempo.

La perversione non è aggredibile attraverso la psicoanalisi, e per giungere ad una analisi di tal fatta in poco tempo occorrono diverse valutazioni, per cogliere con chiarezza che A = non A, quindi che il paziente falsifica e mistifica.

L’occasione è buona per affermare che l’aiuto psicologico potrebbe anche essere stato di altro tipo, ma l’avvio ad un eventuale trattamento psicoanalitico no. C’è da chiedersi come mai questa persona – dichiaratosi esperto conoscitore – abbia scelto uno psicoanalista e non un comportamentista. Occorre passare attraverso una messa a confronto, anche se parziale, del soggetto in esame per poter constatare l’impossibilità ad iniziare un percorso.

Per intanto un paio di sedute possono non essere sufficienti per accertare la presenza massiccia di nevrosi. Fare una valutazione è operazione complessa ed articolata.

In particolare ciascuno è responsabile di ciò che dice e pratica e non di ciò che l’altro suppone o crede di capire, perché l’altro capisce in base alla propria competenza ed esperienza. Ma se quest’altro suppone di sapere in ambiti che non conosce e di cui non ha alcuna competenza commette un errore di giudizio che diventa facilmente diagnosticabile.

Domandiamoci perché è impossibile lavorare con la perversione.

Perché il soggetto non riesce, non può rendersi conto della sua doppiezza. Se si rendesse conto sarebbe nevrosi. Ma ciò può solamente essere valutato sull’ampiezza della storia nella ripetizione dei racconti.

Freud ci ha insegnato che la nevrosi è la negativa della perversione, nel senso che con la negativa si può procedere in due versi contrapposti: sia fissare definitivamente la fotografia nelle sue infinite possibilità di riproduzione, quindi produrre perversione, oppure riprendere la nevrosi nel verso del rimosso, all’opposto, nel riconoscimento della propria salute.

Mi viene in mente una delle tante espressioni molto utilizzate nell’ecumenismo perverso: “tu nega, nega sempre!”.