L’amicizia tra Yvette Guilbert e Sigmund Freud si sviluppò durante la loro età matura, ma nacque molti anni prima dall’interesse di Freud per la diva della bella époque.
Freud ebbe modo di ascoltare Yvette per la prima volta probabilmente al Moulin Rouge nel 1889, su indicazione di Madame Charcot, quando si trovava a Parigi per un congresso sull’ipnosi. Riascoltò poi la diseuse (1)nel 1893 al tempo in cui lei era in tournée a Vienna, riportato a quel mondo parigino nel quale Toulouse-Lautrec ha immortalato l’amata diva “dicente ”, disegnandola con la sciarpa rossa ed il cappello nero, oppure bionda con i guanti neri, ritratta in ogni posizione e dedicandole interi album.(2)
Diversi anni dopo Eva Rosenfeld, nipote di Yvette, che studiava psicologia a Vienna, conobbe Anna Freud, che la presentò al padre. Eva due anni dopo parlerà a Parigi alla zia dell’ammirazione che Freud portava nei riguardi dell’arte del suo recitarsi.
E’ così che ha avuto avvio l’amicizia tra due protagonisti del novecento con scambi di fotografie.
Diciotto lettere tra Freud e Guilbert dal 1926 al 1938 sono raccolte nel Freud Museum di Londra. Alcune di queste riferiscono le reciproche convinzioni sulla “psicologia dell’attore”, vale a dire sui meccanismi psicologici che sottendono l’arte di recitare un personaggio in scena.
Yvette Guilbert, dopo aver raggiunto la notorietà con canzoni abbastanza lascive interpretando personaggi di malaffare, era irritata perché il pubblico tendeva ad identificarla con i personaggi interpretati, attribuendole le caratteristiche di donna di facili costumi, mentre lei ci teneva molto ad affermare il proprio decoro e ad evidenziare la distanza tra la persona e il personaggio.
Scrivendo a Freud in tal senso, Guilbert sostiene che a suo avviso “[…] ciò che rende grande un attore è la capacità […] di relegare sullo sfondo la propria persona”, “di cancellare la propria personalità”, sostituendola con la fantasia di quel personaggio che si è chiamati a interpretare.
Nella lettera dell’ 8 Marzo ’31 Freud risponde che non è molto convinto della opinione di Yvette, anzi al contrario: “ Piuttosto suppongo che intervenga in una certa misura un meccanismo opposto. Non cioè che la propria persona venga esclusa, bensì che brani di essa, per esempio disposizioni non giunte a sviluppo e desideri repressi, vengano utilizzati per rappresentare i vari personaggi, e in tal modo giungano ad espressione, conferendo così alla rappresentazione il carattere della verità della vita(4)  ”.
Il 6 maggio del 1939 Yvette è a Londra a salutare il Maestro lasciandogli una sua foto con dedica: “ tutto il mio cuore al grande Freud”, il quale le aveva precedentemente scritto: “ è stata per me una privazione, in questi ultimi anni, non potermi sentire giovane nemmeno per un’ora affascinato dall’incanto di Yvette(5)  ”.

Nell’immagine Yvette Guilbert – Toulouse Lautrec

1. E’ un termine molto interessante della lingua parlata: “di colei che dice”, “la dicente narrante le credenze dell’epoca”.
2. In mostra in questi mesi a Torino a palazzo Chiablese.
3. Al Congresso Internazionale di Psicoanalisi, a Parigi nell’agosto del 1938, fu organizzata una serata musicale in cui Yvette Guilbert cantò una delle canzoni preferite di Freud, “Dites-moi que je suis belle”. Qui nell’interpretazione di Natalie Joly: www.youtube.com/watch?v=lj3vESoqaCg.
4. Da Sigmund Freud, Lettere 1873-1939, pag. 373, Boringhieri, Torino, (1960).
5. Sigmund Freud, Biografia per immagini, pag 315, Boringhieri, Torino, (1978). Yvette Guilbert (1865-1944) chante “Madame Arthur”: https://www.youtube.com/watch?v=NVrJREtgZ3c